Pnrr, crescita debole e imprese ferme: l’editoriale accusa il settore privato e le regole fiscali
Il Pnrr ha portato nell’economia italiana 220 miliardi di euro, ma il bilancio tracciato dall’editoriale del 22 luglio 2026 resta prudente: la spinta sulla crescita è stata limitata e il nodo principale, per l’autore, non sta solo nella portata del piano, bensì nella scarsa capacità di reazione di imprese, fisco e politiche migratorie.
La somma richiamata equivale a circa il 10% del Pil di un anno. Di quella cifra, viene spiegato, circa due terzi sono stati prestiti agevolati e il resto contributi Ue non rimborsabili. Il risultato economico, però, viene giudicato modesto: nel triennio 2023-26 la crescita media del reddito viene indicata sotto l’1 per cento, con un aumento dello 0,5 lo scorso anno e una previsione dello 0,7 per quest’anno.
Una parte della cautela attribuita al quadro dipende anche dal fatto che il piano è ancora troppo giovane per dispiegare effetti completi. Al tempo stesso, l’autore insiste sul concetto di investimenti davvero aggiuntivi: contano quelli che si sommano a quanto già programmato. In questa chiave, le Ferrovie vengono presentate come un esempio di spesa non realmente nuova, mentre il Ponte sullo Stretto viene indicato come un caso che sarebbe stato aggiuntivo solo se avviato davvero; finora, viene ricordato, sul progetto è stata spesa solo una quota molto limitata.
Il Pnrr non viene descritto soltanto come un piano di investimenti, ma anche come un pacchetto di riforme. Tra gli effetti rivendicati figurano tempi più brevi nella giustizia, progressi nella riduzione dei ritardi di pagamento della pubblica amministrazione e la digitalizzazione delle gare pubbliche. Proprio il primo luglio, l’autore aveva richiamato le prime ricadute delle riforme in materia di giustizia.
Eppure, nonostante questi risultati, resta una sensazione di delusione. La parte ritenuta più insufficiente è la risposta del settore privato, che avrebbe beneficiato di un contesto più favorevole senza trasformarlo in nuova crescita diffusa. L’editoriale collega questo quadro anche alla flat tax, indicata come freno per le imprese oltre una certa soglia di fatturato.
Nel confronto storico, il testo richiama gli investimenti pubblici del dopoguerra, tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60, con l’Autostrada del Sole come simbolo di quella stagione. Oggi, osserva l’autore, molti giovani italiani hanno scelto l’estero: l’Istat stima circa 367.000 trasferimenti tra il 2014 e il 2023, di cui 146.000 laureati. Il calo demografico rende quindi necessario un apporto dall’estero, anche se il testo segnala che gli immigrati regolari con almeno un diploma sarebbero tra il 55% e il 60%.
Nel passaggio sulle politiche fiscali e sui movimenti di persone, l’editoriale nota infine che le norme di rientro hanno favorito soprattutto profili molto abbienti e che Milano è il mercato immobiliare più alterato da questi flussi. Per mostrare che il trasferimento produttivo è possibile, viene citata anche Hishtil, con impianti nelle Marche, in Sicilia e a Jesi, mentre il suo proprietario è Amit Dagan.