Cultura come cura: in Gran Bretagna musei e musicoterapia entrano nelle prescrizioni mediche

Visite ai musei, corsi di pittura e scultura, laboratori di danza, musicoterapia e accesso ai teatri: nel sistema sanitario nazionale britannico queste attività non sono semplici passatempi, ma strumenti terapeutici ufficiali. Dal 2019 il governo inglese ha avviato un programma di prescrizione sociale che consente ai pazienti di fruire di esperienze culturali con le stesse modalità previste per le cure mediche ordinarie.

Il meccanismo alla base dell’iniziativa è quello della cosiddetta social prescribing: attività non mediche — artistiche, culturali, comunitarie — vengono integrate formalmente nei percorsi terapeutici, con l’obiettivo dichiarato di migliorare la salute mentale e il benessere individuale. Tra i benefici attesi figurano la riduzione dell’ansia, il contrasto alla depressione, un miglioramento complessivo della qualità della vita e il rafforzamento del senso di comunità.

L’iniziativa ha trovato seguito anche oltre confine: nel 2023 il governo gallese ha rilanciato un programma equivalente, consolidando l’approccio già sperimentato in Inghilterra. Con questa istituzionalizzazione, la funzione rigenerativa della cultura viene riconosciuta ufficialmente all’interno dell’assistenza sanitaria pubblica.

Sul valore delle arti come strumento di sviluppo individuale e collettivo si era espressa anche la critica statunitense Camille Paglia, secondo cui l’educazione artistica rappresenta l’«unica via per la libertà» e che «in sua assenza, l’intelligenza creativa s’inaridisce». Paglia aveva inoltre sostenuto che «il sostegno alle arti dovrebbe essere un imperativo nazionale», in particolare nei momenti di crisi.

Il modello britannico alimenta ora il dibattito sull’opportunità di adottare un approccio analogo in Italia, dove l’integrazione di attività culturali nei percorsi sanitari pubblici rimane ancora una proposta ipotetica, priva di un’iniziativa istituzionale concreta.