Nucleare civile USA-Arabia Saudita: il memorandum senza garanzie anti-proliferazione che preoccupa il mondo
Un memorandum di cooperazione nucleare civile firmato tra Washington e Riad sta sollevando allarme in ambito internazionale: l’intesa non vincola l’Arabia Saudita a rinunciare all’arricchimento dell’uranio sul proprio territorio, né la obbliga ad aderire al Protocollo aggiuntivo del Trattato di non proliferazione, che prevede ispezioni internazionali più stringenti. Si tratta di una deroga esplicita al cosiddetto gold standard che gli Stati Uniti hanno finora applicato a tutti i 123 Paesi con cui hanno concluso accordi analoghi.
Al posto di un divieto netto sull’arricchimento, il documento introduce uno studio congiunto della durata di due anni per stabilire se il regno saudita abbia effettivamente bisogno di quella capacità. Qualora l’esito fosse positivo, gli Stati Uniti si impegnerebbero a costruire in Arabia Saudita un impianto di arricchimento, senza che il paese sia sottoposto a controlli internazionali. Il memorandum è stato trasmesso al Congresso degli Stati Uniti per l’esame.
Il modello di riferimento da cui questa intesa si discosta è l’accordo del 2009 con gli Emirati Arabi Uniti, siglato dall’Amministrazione Obama: Abu Dhabi accettò entrambe le condizioni — rinuncia all’arricchimento locale e adesione al Protocollo aggiuntivo — che ora non vengono richieste a Riad. Anche l’Amministrazione Biden, nel 2023, aveva comunicato a Mohammed Bin Salman che qualsiasi trasferimento di tecnologia nucleare americana restava subordinato alla normalizzazione dei rapporti con Israele.
Su questo punto Donald Trump è intervenuto via Truth Social, precisando che l’intesa è «totalmente subordinata» all’accettazione saudita degli Accordi di Abramo. L’Arabia Saudita, tuttavia, ha sempre condizionato il riconoscimento di Israele a un impegno concreto verso la creazione di uno Stato palestinese. Non è chiaro se la clausola aggiunta da Trump costituisca parte formale del memorandum o una dichiarazione unilaterale.
Il Segretario all’Energia Chris Wright ha difeso l’accordo, sostenendo che «rispetta i più alti standard di sicurezza e non proliferazione». Le reazioni a Washington sono state però critiche trasversalmente, con democratici e repubblicani entrambi a esprimere riserve. Il Wall Street Journal ha definito pubblicamente il memorandum un «errore».
La preoccupazione più profonda riguarda il precedente. Guy Samore, docente alla Brandeis University ed ex consigliere sulla politica nucleare di Bill Clinton e Barack Obama, ha sintetizzato così il rischio: «Il danno di questo accordo è il precedente che stabilisce. Chi fermerebbe Mosca dal farne uno dello stesso tipo?» Il timore è che altri Paesi — in particolare Turchia ed Egitto, già inclini a varcare la soglia nucleare — possano avanzare richieste equivalenti, rivolgendosi eventualmente a Cina o Russia in caso di rifiuto americano. Anche gli Emirati Arabi Uniti potrebbero chiedere la rinegoziazione delle condizioni accettate nel 2009.
Il dibattito si estende oltre il Medio Oriente: in Polonia il presidente Karol Nawrocki ha dichiarato che il paese dovrebbe avviare un programma nucleare militare; in Germania il tema non è più considerato un tabù, sebbene il cancelliere Friedrich Merz preferisca un’estensione dell’ombrello atomico francese; Corea del Sud e Giappone valutano da tempo la possibilità di dotarsi di capacità nucleari autonome, anche in risposta alla minaccia nordcoreana.