Trump e la famiglia: almeno 2,2 miliardi nel nuovo mandato, tra crypto, miniere e golf con governi stranieri

Nel primo tratto del ritorno alla presidenza, Donald Trump e i suoi familiari avrebbero incassato almeno 2,2 miliardi di dollari, secondo una stima elaborata dal New York Times attraverso l’analisi del rendiconto finanziario annuale del presidente. A rendere la ricostruzione particolarmente rilevante è la fitta rete di interessi economici distribuiti in numerosi Paesi, che solleva interrogativi su possibili sovrapposizioni tra decisioni dell’amministrazione e affari privati della famiglia.

Solo nell’ultimo anno, la holding di Trump avrebbe ricevuto almeno 125 milioni di dollari da soggetti esteri, con pagamenti provenienti da Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, India, Vietnam, Corea del Sud, Regno Unito e altri Paesi. Il giornalista Eric Lipton, che segue le attività economiche della famiglia presidenziale, descrive una presenza commerciale «praticamente diffusa in molti punti del mondo».

Tra i casi documentati, un fondo degli Emirati Arabi Uniti avrebbe acquisito quasi la metà di World Liberty Financial, il principale veicolo crypto della famiglia. Quattro mesi dopo quell’operazione, Washington ha autorizzato la fornitura agli Emirati di chip avanzati per l’intelligenza artificiale. In un altro episodio, Trump avrebbe telefonato al presidente del Kazakistan per sostenere l’interesse di una società mineraria americana su un grande giacimento di tungsteno; poco dopo, Donald Jr. ed Eric sono entrati come investitori in una società con una quota nella stessa operazione.

Sul fronte del golf, funzionari vietnamiti avrebbero accelerato le procedure per un campo da golf legato a Trump nel pieno dei tentativi di evitare dazi USA elevati. Una società sudcoreana, impegnata a Washington contro possibili restrizioni sulle esportazioni di alluminio, avrebbe versato 2 milioni di dollari alla holding per quel progetto.

Tra i primi atti del nuovo mandato figura anche un forte ridimensionamento dell’applicazione del Foreign Corrupt Practices Act, la norma che persegue le tangenti pagate da aziende americane all’estero. L’amministrazione ha giustificato la misura con la necessità di tutelare la sicurezza economica e nazionale e di facilitare l’accesso delle imprese USA a minerali strategici e porti in acque profonde. La Casa Bianca nega l’esistenza di conflitti di interesse, sostenendo che la conduzione delle attività imprenditoriali è affidata ai figli di Trump.