Serbia, la protesta degli studenti si allarga e guarda alla politica: Djokic possibile guida di una lista

Le proteste studentesche nate dopo il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad potrebbero trasformarsi in un soggetto politico capace di pesare sulle prossime elezioni in Serbia. Al centro di questa ipotesi c’è Vladan Djokic, rettore dell’Università di Belgrado, indicato come possibile leader di una futura lista sostenuta dagli studenti nell’appuntamento elettorale d’autunno.

La mobilitazione è cresciuta dopo il disastro del 1 novembre 2024, quando il cedimento della copertura realizzata da un’azienda cinese ha provocato 16 morti. Da lì, le manifestazioni si sono estese con un messaggio che contesta corruzione, controlli deboli e scarsa trasparenza nelle opere pubbliche, fino a diventare un movimento più ampio contro la corruzione.

Djokic ha spiegato di aver sostenuto gli studenti fin dall’inizio: «Fin dal principio ho appoggiato gli studenti», ha affermato, attribuendo alla loro iniziativa «il loro modo di pensare genuinamente democratico». Nella sua lettura, il movimento richiama valori europei e incontra il consenso di una parte consistente dei cittadini. Ha anche denunciato pressioni contro la libertà accademica e l’autonomia delle università.

Lo scenario apre un nuovo fronte per Aleksandar Vucic, alla guida del Partito progressista e ancora il principale ostacolo politico per il fronte anti-corruzione. Vucic ha ipotizzato di lasciare la presidenza per tornare a candidarsi come primo ministro, incarico che ha già ricoperto tra il 2014 e il 2017. In caso di richiesta del suo partito, ha detto che aiuterebbe a riconquistare la fiducia del pubblico: «Se il partito lo vuole, aiuterò a conquistare la fiducia del popolo.»

Il tutto si inserisce in un passaggio delicato per il Paese, che ha chiesto l’ingresso nell’UE ma mantiene rapporti stretti con la Russia di Vladimir Putin. Vucic rifiuta le sanzioni contro Mosca e, intanto, diversi Paesi membri — tra cui Olanda, Svezia, Finlandia e i Paesi baltici — ostacolano l’apertura di un nuovo capitolo nei negoziati di adesione, un dissenso ribadito a Bruxelles pochi giorni fa.