Hormuz paralizzata: la divisione americana e il no europeo bloccano ogni soluzione
Cinque mesi di oscillazioni tra la minaccia militare e la disponibilità al dialogo non hanno prodotto alcun risultato concreto: lo Stretto di Hormuz resta saldamente nelle mani dei Pasdaran iraniani, le petroliere rimangono ferme e i magazzini sono intasati di merci. A rendere la crisi ancora più difficile da sbloccare è la frattura interna all’amministrazione americana, che si somma al rifiuto degli alleati europei di muoversi prima di una tregua.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth è il principale sostenitore di un’azione militare di grande portata contro il regime degli Ayatollah, posizione che riflette anche le pressioni esercitate da Benjamin Netanyahu sulla Casa Bianca. A frenarlo sono il vicepresidente J.D. Vance e il capo di Stato Maggiore Dan Caine, entrambi contrari all’opzione bellica. Il risultato è uno stallo che, secondo la percezione iraniana, conferma come Trump non abbia alcuna reale intenzione di scatenare un conflitto capace di destabilizzare l’economia globale: una lettura che rafforza la posizione dei Pasdaran nel mantenere il controllo del passaggio strategico.
Sul fronte diplomatico, negli ultimi dieci giorni Hegseth ha moltiplicato i contatti con i ministri della Difesa europei nel tentativo di costruire una coalizione navale nello Stretto. Il 24 luglio ha chiamato il ministro britannico Wes Streeting, che ha proposto di convocare a Londra un vertice con circa quaranta Paesi per sondare le disponibilità. Il 27 luglio una videoconferenza ha riunito Hegseth, Streeting e la ministra francese Catherine Vautrin, ma il confronto non ha prodotto alcun accordo. Il vertice londinese non si è mai tenuto.
La posizione di Parigi e Roma è identica: disponibilità a partecipare a una missione navale, ma soltanto a cessazione delle ostilità avvenuta. Finché i cannoni non tacciono, nessun contingente europeo si muove. La CNN ha conteggiato trentotto annunci di Trump su un accordo imminente con Teheran, ogni volta smentiti dalla controparte iraniana. Il memorandum firmato il 17 giugno 2026 tra Washington e Teheran non ha risolto la questione del controllo dello Stretto.
Le conseguenze economiche e geopolitiche si accumulano. Arabia Saudita ed Emirati Arabi stanno già costruendo rotte alternative per il trasporto di greggio e materie prime che aggirino Hormuz, e hanno avviato investimenti massicci nel settore della Difesa, ritenendo insufficiente l’ombrello militare americano. Negli ambienti diplomatici circola il sospetto — non confermato da fonti ufficiali — che alcuni Paesi del Golfo stiano trasferendo fondi all’Iran sottobanco per evitare attacchi di droni e missili dei Pasdaran. Cina e Russia osservano senza intervenire, traendo vantaggio dalle difficoltà di Washington.
Sul piano interno, il consenso verso Trump ha toccato il 37% secondo Gallup, un livello che riduce ulteriormente la sua capacità negoziale sul piano internazionale. Le elezioni di midterm sono fissate per il 3 novembre. Nel frattempo, la crisi migratoria a Ceuta — con decine di morti in mare tra i migranti marocchini — sta deteriorando i rapporti all’interno dell’UE, in particolare tra Italia e Spagna, aggiungendo un’ulteriore tensione al quadro europeo già frammentato.