Contratti, rinnovi e unità sindacale: l’Italia prova a voltare pagina

Venti contratti collettivi siglati, il tempo medio di attesa per il rinnovo sceso da quasi due anni a sette mesi: il sistema delle relazioni industriali italiane mostra segnali concreti di ripartenza, dopo una fase prolungata di stallo che a marzo 2026 aveva lasciato circa 9 milioni di lavoratori privi di un contratto aggiornato.

A dare la misura del cambiamento è stata la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha commentato i venti accordi raggiunti con parole nette: «Non un dettaglio tecnico, ma rispetto» verso i lavoratori. Il pubblico impiego ha funzionato da catalizzatore: proprio in quel comparto si è registrato il punto di svolta, favorito anche dal rientro della Cgil tra i firmatari dei contratti delle funzioni locali. Il segretario generale Maurizio Landini ha definito quell’intesa «di grande rilievo», segnalando una discontinuità rispetto al periodo di assenza del sindacato dalla firma.

Sul fronte dell’unità confederale, un segnale simbolico è arrivato da Padova, dove il congresso nazionale della Uil ha visto la presenza congiunta dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil — Landini, Daniela Fumarola e Carlo Bombardieri — aprendo la prospettiva di una nuova stagione negoziale condivisa. Le tre confederazioni si sono dichiarate disponibili a una trattativa continua con le imprese.

Anche sul versante datoriale si muovono cose rilevanti: quattordici organizzazioni, tra cui Confindustria e Confcommercio, hanno avviato un percorso comune sui modelli contrattuali, con l’obiettivo di raggiungere passi avanti condivisi entro fine luglio. Sullo sfondo c’è l’approvazione del decreto primo maggio sul salario giusto, una legge che lascia ampio spazio di intervento alle associazioni rappresentative. Tra le novità introdotte, il criterio del trattamento economico complessivo — che comprende welfare e benefici estesi alla generalità dei dipendenti — potrebbe rendere più difficile la sopravvivenza dei cosiddetti contratti pirata.

L’urgenza di questi rinnovi si spiega con i numeri: secondo l’Ocse, i salari reali italiani si sono ridotti del 6,1 per cento rispetto al 2021, il risultato peggiore tra le principali economie. A pesare è stato soprattutto il picco inflazionistico del 12 per cento raggiunto dopo il febbraio 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina provocò un brusco rialzo dei prezzi energetici. Alcuni economisti indicano anche il mancato aumento della produttività — influenzato da fattori strutturali come infrastrutture e oneri burocratici — tra le cause del divario salariale accumulato. L’ultima stagione organica di concertazione tra parti sociali risale al 1993.